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La pianificazione paesaggistica: interventi in tempi di crisi economica

Oggi si registrano interventi limitati, o parzialmente realizzati che mortificano l’azione stessa della pianificazione dal momento che essa ha bisogno dell’attuazione globale del progetto per poter essere efficace. Inoltre pare che non si sia ancora compreso da parte di alcuni operatori, che occorre progettare senza perdere di vista la situazione attuale, fatta di difficoltà economiche che a volte rendono discontinui, (se non addirittura inesistenti) la necessaria azione di manutenzione, per le aree dove sia stato effettuato un intervento di tipo paesaggistico. Teniamo presente che manutenzione discontinua in qualche caso significa necessità di veri e propri nuovi interventi volti al ripristino delle condizioni iniziali di progetto.

Mi spiego meglio. Ipotizziamo un intervento paesaggistico che miri a restituire dignità ad un limitato tratto di costa, sia dal punto di vista del valore visivo- paesaggistico che riveste che dal punto di vista meramente ecologico (ad es. difendere dall’inquinamento il tratto di mare antistante il tratto di costa suddetto). Poniamo che l’intervento abbia tenuto conto in fase di progetto della possibilità di una manutenzione costante su quella determinata area e che tale manutenzione, (avente certamente dei costi) non si sia potuta attuare. L’intervento in questione perderebbe in breve tempo le sue specifiche qualità per assumere un aspetto degradato, e di manifesto abbandono. Ipotizziamo dunque una situazione: l’intervento consiste nel realizzare in una zona degradata, ad esempio una ex discarica di materiali edili prospiciente il mare, una zona di verde pubblico che contenga al suo interno dei percorsi, dei terrazzamenti, delle piantumazioni eccper agevolarne la pubblica fruizione.

Tali interventi sono stati stabiliti dal pianificatore secondo i consueti criteri:

-rimodulazione del piano di sedime secondo le esigenze del progetto;

-trasferimento in discarica dei materiali potenzialmente inquinanti

-rinforzo e ricompattamento del terreno per cui ci si avvale delle più recenti tecnologie;

-sistemazione di materiali di base idonei alla realizzazione di una zona di prato verde;

-inserimento previa analisi di specie arboree compatibili;

-impianto di irrigazione per favorire il mantenimento dell’impianto del prato verde.

Ecc

Accade che, per situazioni di mancato stanziamento dei fondi l’Ente preposto a garantire il finanziamento della manutenzione costante venga meno ai suoi propositi. In breve la vegetazione spontanea si impadronisce del sito, spaccando gli interventi realizzati dall’uomo quali muretti, terrazzamenti o di vario arredo permanente. Le piogge scavano percorsi e ristagnano favorendo il proliferare di insetti. Tutto l’intervento assume un aspetto abbandonato e parte della popolazione comincia a conferire abusivamente i rifiuti in una zona che immagina essere abbandonata. La cifra spesa inizialmente per realizzare l’intervento paesaggistico, che ha previsto la costruzione di manufatti in pietra, percorsi, arredo ecc sarà stata spesa inutilmente visto che il sito, senza la manutenzione immaginata in fase di progetto, si è trasformato in breve tempo.

La percezione comune è quella di avere speso male i soldi della comunità. Il risultato è che si avvia un processo di sfiducia nei confronti di quei tipi di interventi che invece maggiormente vorrebbero prefiggersi di migliorare la qualità della vita della gente della zona interessata. il danno quindi non è solo in termini materiali ma anche in termini di “immagine” di una determinata amministrazione.

Di fronte a queste situazioni, che sono molto più diffuse di quanto si possa pensare, e che specialmente oggi, in tempi di crisi economica si sono diffusi anche in contesti dove prima erano inesistenti, occorre ripensare agli interventi di progettazione paesaggistica includendo in fase di progetto la possibilità della mancata manutenzione.

Occorre forse tentare la riconversione in chiave naturalistica di quelle parti di paesaggio oggetto di intervento. Occorre riconsiderare quelle che comunemente vengono chiamate “erbacce” e guardarle nella loro qualità di vegetazione spontanea. Se infatti bisogna pensare al paesaggio come un insieme di aree interagenti come dei micro ecosistemi, non possiamo sottovalutare l’azione del vento e della reciproca contaminazione in senso positivo. L’azione del vento è anche foriera di elementi vegetazionali che comunemente chiamiamo spontanei, che posseggono un loro specifico valore. Finchè continueremo a considerare “erbaccia” l’elemento di vegetazione spontanea noi saremo portati a considerare degrado anche un meraviglioso campo di margherite gialle.
Questa mancata considerazione delle specie spontanee che si è fatta strada nella percezione comune, porta inevitabilmente a considerare quella determinata zona come “degradata”. Da qui al riempirla di spazzatura il passo è breve. Se invece noi consideriamo la vegetazione spontanea e il suo naturale succedersi (l’avvicendarsi secondo le stagioni di tipi vegetazionali diversi) come una pura espressione delle caratteristiche di quel luogo, allora potremo progettare in armonia con il territorio e concepire opere che hanno solamente un bassissimo costo di manutenzione. Quindi un ripensamento in termini qualitativi dell’azione d progettazione di limitati interventi paesaggistici è necessaria. Mappare e studiare le specie spontanee, individuare le zone di ristagno delle acque piovane per avvalersi di tale risorsa nell’irrigazione che diventa naturale, assecondare la bellezza spontaneamente fornita dalla natura e considerare l’intervento dell’uomo in termini di realizzazione effimera, potrebbe garantire il successo dell’operazione. Non fare più riferimento a progettazioni che includano opere a carattere permanente quali terrazzamenti, e aggiustamenti di declivi tramite opere murarie anche se in pietra, ma trattare l’area come se si dovesse preservare una limitata porzione di riserva naturale.
Non tutto deve necessariamente acquisire la qualità di facile accessibilità e percorribilità. Si possono anche pensare delle aree che semplicemente devono essere restituite il più possibile alla loro spontanea naturalità. L’intervento dell’uomo deve riqualificare tenendo in primo luogo conto dell’equilibrio di un intero sistema, dal punto di vista ecologico. La possibilità dell’uomo di fruire della zona riqualificata deve essere compatibile con degli inserti a carattere effimero, come strutture in legno e camminamenti in terra battuta ecc l’educazione alla specie vegetazionale spontanea inoltre deve educare alla sua bellezza. Si potrebbero addirittura creare dei parchi di riconoscimento della specie spontanea nel suo seguire le stagioni, e dotare all’ingresso i ragazzini di piccole mappe per riconoscerle, eliminando i vistosi cartelloni.

Visto che siamo in Sicilia, una particolare attenzione al mare. Ricordiamoci che l’azione erosiva della costa da parte del mare (con a volte conseguente sversamento in mare si sostanze nocive specie se in presenza di zone che sono state interessate da discariche) non si risolve semplicemente con l’apposizione dei cosiddetti pennelli a mare, opere frangiflutti sotto il livello del mare. Si tratta per lo più di opere costose e non sempre utili. L’azione erosiva del mare esiste per la sua costanza nel lambire la costa e non per la sua sporadica violenza. L’erosione opera nel tempo e le opere di contenimento potrebbero in qualche caso alterare il microsistema, invece di rigenerarlo. Si potrebbe cioè favorire il ristagno delle sostanze nocive in prossimità della costa agendo i pennelli come condensatori delle sostanze chimiche che possono, combinandosi, amplificare il loro potere inquinante. Anche per questi interventi occorrerà quindi pensare a delle soluzioni alternative, nel caso lo studio delle sostanze inquinanti presenti nella costa portino a conclusioni di incompatibilità con la realizzazione dei cosiddetti pennelli.




E’ primavera

Ho scelto un modo per celebrarla catturando questa pagina scritta negli anni 50.

Rivista Sicilia n 7 “Vita segreta della Sicilia“ di Ezio D’Errico

La primavera siciliana è breve come l’adolescenza delle fanciulle isolane che non hanno il tempo di posare il velo della Prima Comunione, che già devono confezionare quello da sposa, e appena deposta la bambola, cullano il primo nato.

L’estate invece è un dramma orgiastico splendente come il sangue, ardente come un braciere, affascinante come una piaga. L’estate è il solstizio decapitato, le nozze della terra con il mare, la vampa sull’arida pomice, lo scirocco fra le opunzie sfregiate da cicatrici, l’abbacinante calura che sbianca il cielo. L’odore di strinato sulle groppe fumide, il lezzo delle alghe putrefatte, l’insonnia delle notti nell’ipnosi della luna arancione, il fiato che sa di tuberose. l’estate piomba sull’Isola come una meteora di fuoco, risuona come un gong fra le rupi azzurre e il mare vermiglio per la carneficina della mattanza. L’estate ronza di fuchi e calabroni, tonfa di mortaretti, rulla di tamburi, squilla di campane, odora di ragia, di incenso e di pepe.

Estenuati giungono i siciliani ad un autunno elegante, senza nebbie, e con quel poco di acquerugiola appena necessaria per dissestare i giardini arruffati di liane e stellati di gelsomino.

Allora le fanciulle vestono di panno color tabacco biondo, pergamena , sabbia tortora e foglia secca. (….) i siciliani coccolano il loro breve inverno con la cura gelosa del collezionista, e lo sorvegliano come fanno gli allevatori per gli esemplari rarissimi. Hanno le nevi dell’Etna, è vero, ma si stagliano contro un cielo implacabilmente azzurro e sembra neve dipinta. Fra dicembre e gennaio, sulle coste che guardano l’africa i forestieri fanno il bagno, e i nativi crollano il capo e li gratificano di “foddi”. In febbraio qualcuno svegliandosi all’alba, crede di vedere gli alberi inzuccherati di brina, ma sono i mandorli che incominciano a fiorire- le stagioni siciliani sono tuttavia quattro, e soltanto la gente di poca fede può metterlo in dubbio, ma fanno parte della vita segreta dell’Isola, e vanno decifrate in base al calendario delle sagre, alla sapienza spicciola dei proverbi popolari, al volo degli uccelli migratori (…)

Paola Campanella